Realizzare un e-commerce: cosa serve davvero, e dove finiscono i soldi che nessuno preventiva
Per aprire un e-commerce servono cinque cose: una piattaforma, un catalogo in ordine, i pagamenti, la logistica e il tracciamento. Il progetto si complica sempre sulla seconda e sulla quinta — il catalogo e i dati — mentre i preventivi si concentrano quasi solo sulla prima.
È il motivo per cui tanti progetti sforano: non perché la piattaforma costi più del previsto, ma perché nessuno aveva contato quanto lavoro ci fosse dietro alle schede prodotto.
Vale la pena vederle una per una, in ordine di quanto pesano davvero.
Table of Contents
1. Il catalogo — dove sta il lavoro vero
Un e-commerce è un catalogo prima di essere un sito. E un catalogo pronto per la vendita online quasi mai coincide con quello che avete in gestionale.
Serve una struttura, non un elenco. Categorie, attributi, varianti, filtri. Se un cliente non può restringere per taglia, colore o compatibilità, su un catalogo ampio si perde e se ne va.
Servono descrizioni scritte per chi compra. La scheda tecnica del fornitore risponde a domande che il cliente non si sta facendo. Se la scheda parla di caratteristiche e la ricerca parla di problemi da risolvere, la pagina non intercetta nessuno.
Servono le immagini. È la voce di costo più sottovalutata in assoluto. Su un catalogo esteso, la produzione fotografica supera regolarmente il costo della piattaforma. In nessuna riunione di apertura, nella nostra esperienza, qualcuno ha mai detto «il rischio di questo progetto sono le foto». Poi arrivano le foto.
Serve una regola per il futuro. Chi inserisce i nuovi prodotti, con quali campi obbligatori, con quale flusso di approvazione. Senza, la qualità del catalogo si degrada nel giro di un anno.
Come si dimensiona un progetto e-commerce, in pratica: non dal numero di pagine del sito, ma dal numero di referenze e da quanto sono ordinate. Duecento prodotti con dati puliti sono un progetto più semplice di cinquanta prodotti con varianti caotiche.
2. La piattaforma — la scelta tecnica meno drammatica di quanto sembra
Contrariamente a come viene presentata, la piattaforma è raramente il fattore decisivo. Le opzioni mature sono tutte adeguate; cambia il modello di costo e di manutenzione.
Una piattaforma open source vi dà controllo totale e nessun canone, in cambio della responsabilità di aggiornamenti, sicurezza e prestazioni. Questa soluzione è adatta a chi ha un partner tecnico stabile o un collaboratore interno esperto e dedicato.
Una piattaforma in abbonamento vi toglie la manutenzione e vi impone i suoi limiti. Questa soluzione è adatta solo a chi vuole partire in fretta e ha un catalogo lineare.
Una soluzione su misura ha senso quando il modello di vendita è particolare — configuratori, listini per cliente, logiche B2B — e nessuna piattaforma standard lo copre senza forzature. Quest’ultima valutazione è essenziale, perché le piattaforme Open source sono sempre aggiornate ed evolvono. Quindi la domanda è: quanto tempo ci vuole e quanto mi costa un aggiornamento della piattaforma su misura? Quanti collaboratori la conoscono per poter intervenire (o mi devo affidare ad un solo programmatore per tutti gli anni a venire)?
La domanda utile non è “quale è la migliore”, ma: chi la manterrà fra due anni, e quanto costa quella persona? Ne consegue che la terza soluzione è la più lenta ed onerosa, ma è LA soluzione per E-Commerce con la E (o con la C) maiuscola. Al polo opposto c’è la seconda soluzione.
3. I pagamenti — semplici, con due accortezze
Tecnicamente è la parte più risolta: i gateway si integrano in poche ore. Restano due decisioni di merito.
Quali metodi offrire. Ogni metodo aggiunto costa commissioni e complessità, ma toglierne uno che il vostro pubblico usa costa carrelli abbandonati. Si decide guardando il pubblico, non il listino delle commissioni. Ma per partire meglio ampliare la rosa di possibilità.
Quanto chiedere prima di pagare. L’obbligo di registrazione prima dell’acquisto è la singola causa di abbandono più facile da rimuovere. Il pagamento come ospite si attiva con una spunta.
4. La logistica — la parte che vi tornerà indietro
I costi di spedizione e le condizioni di reso non sono un dettaglio operativo: sono parte dell’offerta, e vanno decisi prima di aprire, non dopo il primo mese.
Le domande da chiudere: chi spedisce e in quanto tempo; cosa succede se il cliente non è in casa; chi paga il reso; dove finisce fisicamente la merce che torna; chi risponde al cliente quando il corriere sbaglia.
Quest’ultima è la più importante, perché il cliente scriverà a voi — e la qualità di quella risposta pesa sulle recensioni più di qualsiasi scelta tecnica.
5. Il tracciamento — se lo si rimanda, non si recupera
È l’ultima voce dell’elenco e la prima che salta quando il progetto è in ritardo. È un errore che si paga per anni: i dati non raccolti non si recuperano, e senza dati ogni decisione successiva è un’opinione.
Il minimo indispensabile prima di aprire: quali prodotti vengono visti, quali finiscono nel carrello, dove si interrompe l’acquisto, da quale canale arrivano gli ordini, quanto vale un cliente nel tempo.
Non è un tema di volume. Su un catalogo grande diventa un tema di architettura — su un e-commerce da decine di migliaia di referenze il tracciamento va progettato in modo che la marcatura non dipenda dall’inserimento manuale, altrimenti non regge né la scala né il turnover di chi carica i prodotti.
Quanto costa
Le forbici sono larghe perché i progetti sono diversi, ma il modo di leggere un preventivo è sempre lo stesso. Le voci che spostano il totale sono:
il numero di referenze e lo stato dei dati — è la variabile numero uno, e quasi nessun preventivo la quantifica;
quanti sistemi devono parlarsi — gestionale, magazzino, fatturazione, CRM: ogni integrazione è un progetto dentro il progetto;
la produzione dei contenuti — foto, testi, video: se non è nel preventivo, arriverà dopo;
il primo anno di gestione — un e-commerce aperto e lasciato solo non vende. Il costo di apertura senza il costo di gestione è un numero incompleto.
Il confronto onesto fra due preventivi si fa verificando che coprano le stesse cinque aree. Nella maggior parte dei casi, quello più economico ne copre tre.
Domande frequenti
Quanto tempo serve per aprire un e-commerce?
Con il catalogo già pronto e integrazioni semplici, poche settimane. Con un catalogo da ricostruire e sistemi gestionali da collegare, mesi. La variabile è quasi sempre il catalogo, non lo sviluppo del sito.
Conviene aprire un e-commerce con tutto il catalogo o partire da una parte?
Conviene partire da un perimetro ristretto e ben fatto: una parte del catalogo, un mercato, una modalità di spedizione. Le decisioni prese sui dati dei primi mesi sono più solide di quelle prese sulle ipotesi, e allargare dopo costa meno che correggere.
Serve un e-commerce a un’azienda che vende B2B?
Spesso sì, ma con logiche diverse da quelle del commercio al consumatore: listini per cliente, ordini ricorrenti, richieste di preventivo, condizioni negoziate. È il caso in cui la personalizzazione delle funzioni conta più della grafica.
Un sito e-commerce deve anche posizionarsi su Google?
Sì, e va deciso prima di costruirlo: struttura delle categorie, forma degli URL, gestione delle varianti e dei prodotti esauriti sono scelte SEO travestite da scelte tecniche. Rimediare a lavoro finito costa molto più che farle bene subito.
Chi gestisce un e-commerce dopo l’apertura?
È la domanda giusta da fare a qualsiasi fornitore prima di firmare. Se la risposta è «lo gestite voi», va benissimo — a patto che qualcuno abbia formato le persone e che il tempo necessario sia stato quantificato, perché un e-commerce aperto e lasciato solo non vende.
Progettiamo e seguiamo e-commerce da anni, inclusi cataloghi da decine di migliaia di referenze, e ne gestiamo uno di nostra proprietà — perché alcune cose si capiscono solo quando i soldi persi sono i tuoi.
